VULNERABILITÀ – ESSERE PER GLI ALTRI

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Nella nostra cultura invece, “impariamo presto ad essere ‘forti’ e a ‘difenderci’ nella giungla del mondo. La vulnerabilità risulta pericolosa e tendiamo a nascondere le nostre debolezze e le nostre paure”.
“Capita che ci identifichiamo con l’opinione che gli altri hanno di noi, con la carica che abbiamo ed i ruoli

che rivestiamo, con il nostro lavoro e la nostra posizione sociale, la nostra salute o la nostra malattia.
Ci valutiamo in base al risultato e al rendimento, all’interesse che le persone mostrano per noi e alle relazioni che stringiamo.
Ma in questo modo diventiamo ciechi per vedere la nostra realtà autentica e siamo sempre più dipendenti dagli altri, sempre più schiacciati dalla nostra ‘immagine’”.
Tutto questo richiede di imparare la libertà che “è un’esperienza personale e intima dell’uomo. E’ insita molto profondamente nella nostra natura e non la si può considerare relativa soltanto agli atti volontari, come si è spesso fatto. E’ qualcosa di più originario che arriva al livello più profondo della persona. Non riguarda soltanto i suoi atti, ma è un elemento costituivo del suo essere. Significa, allo stesso tempo, un radicale “stare in se stessi” e una grande apertura alle realtà esterne”.
Essere per gli altri
Una persona libera sa rendere liberi anche gli altri. Scopre e valorizza la vita di quelli che incontra e aiuta ciascuno a crescere secondo il proprio modo di essere.
È’ importante trovare  la forma adeguata di mettersi  in rapporto con ogni persona, secondo il suo carattere e le sue particolari condizioni, sapendo che ognuno è diverso dall’altro. «Ogni uomo è una persona a sé e pertanto io non posso programmare a priori il tipo di relazione con lui, ma debbo, per così dire, trovarlo ogni volta» («È l’ora di una nuova fantasia  della carità»)… L’amore fa diventare tutti primi; nessuno è secondo.
Ogni persona è importante  e sacra, indipendentemente dalle sue eventuali mancanze o errori, dalle sue fragilità e dalla sua vita passata. Se gli ultimi saranno i primi nel regno di Cristo, dobbiamo rispettare di più un filo d’erba che un’orchidea, la goccia di rugiada delle cataratte di un fiume, e conviene chiedere a Dio che ci tolga i paraocchi.
Alcuni parlano di un’«ascetica delle relazioni umane», che consiste nel dare spazio all’altro perché possa svilupparsi «a suo modo», nel non giudicarlo quando tutti lo giudicano, non disprezzarlo né respingerlo, e guardare ai suoi errori «con sguardo amichevole».
In un momento di scoraggiamento, di debolezza o di angoscia, è assolutamente importante trovare una persona che comprenda, che non rimproveri, che non classifichi freddamente, ma che dia consolazione e sollievo. «Seguo il principio di accogliere ciascuno come una persona che il Signore mi invia e che, allo stesso tempo, mi affida».
L’«ascetica» si prova nella capacità di ascoltare. Ci spinge a impegnarci nella difficile arte di andare a fondo, di non fermarci a ciò che dicono, ma di arrivare a ciò che vogliono dire, di non ascoltare solo parole, ma messaggi. Ascoltare è carità. A volte si tratterà di fare la parte del cestino per la carta straccia o del sacco della spazzatura. Forse la limitatezza di questi «ascoltatori-cestino della carta» è la causa della solitudine di tante persone che sono ricche di esperienze, ma che non hanno nessuno con cui condividerle.
Può capitare che una persona ti venga a chiedere un consiglio e se ne vada contenta senza aver neppure ascoltato la tua risposta: ciò che veramente cercava non era il tuo consiglio, ma il tuo silenzio, la tua pazienza e la possibilità di parlare con qualcuno.
Dovremmo rinunciare alla «presunzione di dare ricette e di avere ragione», cosa che tanto spesso ci impedisce di sintonizzarci con gli altri. Chi ammette la propria debolezza può incoraggiare l’altro e farlo crescere. Invece, chi presume di sapere tutto, può paralizzare le persone che gli stanno attorno. «Non aprir bocca, se non sei sicuro che ciò che dirai è meglio del silenzio» ci consiglia la sapienza popolare.
Siamo pazienti se sappiamo vivere secondo i tempi dell’altro; se sappiamo aspettare il momento opportuno per avvertirlo di un possibile errore, rivolgendoci solo a lui, e a nessun altro.
Amare non consiste semplicemente nel fare qualcosa per qualcuno, ma avere fiducia nella vita che c’è in lui. Consiste nel comprendere l’altro con le sue reazioni, più o meno opportune, le sue paure e le sue speranze. E’ fargli scoprire che è unico e degno di attenzione, è aiutarlo ad accettare quanto vale, la sua bellezza, la luce in lui nascosta, il senso della sua esistenza. Consiste nel manifestare all’altro di stargli vicino.
Se una persona sente di essere amata per quello che è, senza bisogno  di mostrarsi  intelligente  o interessante,  si sente sicura in presenza dell’altro; scompaiono le maschere e le barriere dietro le quali si era nascosta. Non è più necessario nè dimostrare nè nascondere nulla; non è più necessario difendersi.
Quando qualcuno acquista la libertà di essere sé stesso, diventa accogliente ed amabile. Sorge in lui una nuova vita che lo fa maturare e crescere. In queste condizioni può accadere che una persona lontana dall’avere un vita spirituale si apra di nuovo a Dio.
Il fatto è che l’uomo del nostro tempo non si converte leggendo dotti trattati su Dio o quando ascolta erudite conferenze su di Lui: vuol mettere le sue mani, che cercano come quelle di un cieco, nel cuore aperto della Chiesa, così come ha fatto Tommaso, l’apostolo incredulo.
Molte delle idee qui copiate sono tratte da: Jutta Burgraff, Libertà vissuta con la forza della fede, pp. 68-70,  Ares 2010.

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