LA SESSUALITÀ – IL TATTO

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La sessualità La difficoltà odierna di immedesimazione col proprio corpo, non è solo nell’ambito della propria soggettività, ma ancor più riguardo alla soggettività dell’altro essere umano: della donna per l’uomo, dell’uomo per la donna.
Il corpo, non essendo più percepito come realtà tipicamente personale, segno e luogo della relazione con gli altri, il mondo e Dio, è

ridotto a pura materialità: è semplice complesso di organi, funzioni ed energie da usare secondo criteri di mera godibilità ed efficienza.
Di conseguenza, anche la sessualità è depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e linguaggio dell’amore, ossia del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro secondo l’intera ricchezza della persona, diventa sempre più occasione e strumento di affermazione del proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri ed istinti.
In questa prospettiva, le relazioni interpersonali conoscono un grande impoverimento.
Non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo ed anima. Solo in questo modo l’eros può maturare fino alla sua vera grandezza. L’eros degradato a puro sesso diventa merce, una semplice cosa che si può comperare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce. E questo non è il grande sì dell’uomo al suo corpo. Al contrario, egli considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo e non considerata come l’ambito della sua libertà.
Si è di fatto davanti ad una degenerazione del corpo umano, in cui l’apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità.
Anche il Metodo Feldenkrais può aiutare a vivere in modo più libero e meno compulsivo la sessualità così ne parla il suo ideatore: “La funzione sessuale è l’espressione biologica della spinta all’accoppiamento e alla comunione con altri individui. L’individualista più estremo deve rinunciare in parte alla sua autosufficienza per rendere possibile la relazione sessuale. Una buona integrazione sociale richiede la consapevolezza che il nostro benessere personale dipende dagli altri”. La profondità dei sessi La coscienza senza corporeità è la rovina dell’anima. Nell’uomo, una relazione puramente fisica è altresì una relazione veramente spirituale. E meno è spirituale, meno è fisica.
Nell’uomo non si dà sensazione pura. Le nostre percezioni sono sempre illuminate dal nostro spirito, e il visibile e l’udibile non sono  solamente colori e suoni, ma anche, e soprattutto esseri, parole, armonie. L’intelligenza vi penetra con la memoria e l’immaginazione.
I nostri piaceri sensibili, pertanto, comportano sempre una gioia spirituale, ed è questa gioia nascosta che conferisce loro un fascino umano… A questa regola obbedisce anche il desiderio sessuale. Anch’esso aspira a ciò che senza uscire dal sensibile trascende la sensazione.
La preghiera nasce in noi dalla carne stessa. Più fondamentale del godimento, essa lo precede per  assicurarlo pienamente.   Il tatto
 
Il denudamento dell’altro sesso ci colpisce attraverso l’ascolto e la visione. Ma essa dischiude un passaggio al tatto. Niente di più strano. Si comincia con la contemplazione, si finisce con il palpeggiamento. Non è una caduta?
L’udito e la vista sono i sensi più nobili, i più oggettivi, i più aperti alla conoscenza, e per questo servono direttamente lo spirito. Tramite loro, insegniamo il vero e percepiamo il bello. Ma che cosa apprendo palpando? Il duro ed il molle, il rugoso ed il liscio, il caldo, il freddo, il tiepido, apparentemente niente di molto grazioso. Il tatto è il senso più elementare. Tutti gli animali lo possiedono: l’ameba, la zecca, la medusa… (…) Se restassimo fedeli alla visione della bella donna, bisognerebbe non toccarla, ma generare per lei dei “bei discorsi”, poi, a partire dal suo corpo, riconoscere la bellezza di tutti i corpi, poi la bellezza ancora superiore delle anime, delle belle azioni, dei bei pensieri, elevandoci di grado in grado verso l’invisibile Bellezza originaria (Platone, Conv., 210 A-C). Il coito non sarebbe altro che una concessione alla fisiologia. Non rispetterebbe lo spirituale. Come potrebbe lo splendore intravisto sentirsi onorato da toccamenti simili a quelli di un rospo gigante?
L’amore più profondo implica tuttavia una dimensione tattile. Una madre troppo contemplativa farebbe star male il suo bambino. Potrebbe ammirarlo da lontano, fornirgli tutte le cure necessarie, certo, ma mai senza stringerlo contro il proprio corpo. Se tanto spiritualismo non uccide l’angioletto, si può essere certi che, più tardi, egli soffrirà di gravi disturbi, non stando mai fermo, alla ricerca della propria presenza. Non per nulla la Bibbia ordina di amare il proprio prossimo. Vicino e lontano sono delle determinazioni del tatto, più che della vista o dell’udito: posso vedere o udire una cosa a distanza, essa mi è vicina solo quando posso raggiungerla o esserne raggiunto. (…) La filantropia si accontenta di una foto e manda un assegno; la carità esige la prossimità fino al pugilato. (…) Tutti i sacramenti della chiesa sono dunque tattili.
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Anche Aristotele osserva che non sono né la vista né l’udito che distinguono l’uomo tra gli animali, bensì, paradossalmente, ciò ch’egli condivide maggiormente con loro: “Per gli altri sensi, in effetti, l’uomo rimane indietro di molto rispetto agli animali, ma quanto alla finezza del tatto egli è di gran lunga superiore. È per questo che è il più intelligente degli animali” (Aristotele, De Anim., II, 9, 421a).  L’uomo non è un mostro a scomparti che accumula, soffocandoli, i lasciti degli animali inferiori.
Ciò che in lui vi è di più primitivo è già umano. La sua intelligenza si manifesta a fior di pelle. Si tratta di una constatazione: «la sua pelle è la più sottile in proporzione alla sua taglia», «la sua carne è la più morbida che ci sia», «la sua lingua è la più mobile, la più tenera e la più delicata», adatta a «percepire i sapori» e ad «articolare le lettere» (ARISTOTELE, Hist. anim., III, 11, 517 b 1-2; De part. anim., II, 16, 660 a). Si tratta altresì di una necessità: bisogna avere il tatto più sensibile, in quanto esso è il fondamento di tutti gli altri sensi – dato che questi agiscono tutti attraverso un qualche contatto -, essendo per natura il più sensibile e  il più aperto al mondo.
Cosa accade, dunque, quando tocco? Vengo io stesso toccato. Di questo libro che tenete tra le mani, anche se non è provvisto di sensibilità, dite che vi tocca, perché, «nel tatto, percepire un oggetto e percepire se stessi non sono distinti».
Il nostro senso più nobile (vista) non ha questo potere: in generale, vedo senza vedermi contemporaneamente. E anche se mi guardo allo specchio, lo statuto della mia immagine non differisce sostanzialmente dallo statuto degli altri oggetti visibili, tanto la vista è un senso obiettivo. Non è per riflessione che mi riconosco in quel riflesso.
«Nello sguardo, il nostro stesso corpo ci risulta, in un certo senso, estraneo, e lo rimane. Posso vedere la mia mano come la vedono gli altri. Ma nessuno può sentire la mia mano come io la sento. Nell’atto di usarla, sento la mia mano come mia senza vederla».
Se fossi soltanto visivo,  avrei bisogno del tempo per distinguere le mie gambe dalle vostre, nel caso ci trovassimo seduti vicini. Solo col tatto, io sento direttamente il mio corpo come mio.
E lo sento interamente, poiché il tatto non è localizzato in un organo, bensì diffuso attraverso tutta la mia stoffa carnale.
Così che avere il tatto più fine significa sentirsi e sentire il mondo più radicalmente di tutti gli altri animali e poter godere più profondamente di loro della propria presenza presso le cose.
Se la vista e l’udito procurano piuttosto la gioia di conoscere, il tatto ci procura quella di essere, che ne costituisce il fondamento. Mi sento piantato al suolo, con tutto il mio peso di pover’uomo, avviluppato d’aria e dai miei abiti, proprio qui, esattamente qui, come un imbecille e come un  dono.
A differenza della vista e dell’udito, il tatto mi coinvolgeproprio in ciò che recepisco. Il tatto è il senso dell’avventura. L’animale che è dotato del tatto più fine è dunque anche «il vivente più esposto ai rischi, il più avventuroso.
Toccare mia moglie, naturalmente, non è come toccare una cosa o un’anima.
Anche la carne che sento, e per mezzo della quale mi sento, mi sta sentendo e,  pertanto, si sta sentendo.
Le nostre mani e le nostre labbra si rispondono e risvegliano reciprocamente i nostri contorni. L’amplesso modella la nostra creta a immagine di quel giorno in cui essa uscì dalle dita di Dio. È come se ricevessimo una seconda volta il nostro corpo l’uno dall’altro, ce lo restituiamo l’un l’altro per intero.
E se siamo soli e nella penombra, non è tanto per pudore quanto per pienezza. Un’eccessiva interferenza della vista intralcerebbe questa reciprocità carnale. Come pure l’intrusione di un terzo.
Perché sia possibile la pienezza del tatto, è necessario che lo sguardo si sprofondi e che la stretta sia esclusiva: «Se lo sguardo promette un compimento nel tatto, l’abbraccio che lo realizza esige che gli occhi siano chiusi. [Inoltre] l’immediata reciprocità  tattile limita la comunione della coppia. Il senso del tatto è un senso esclusivo».
La vista è alquanto volubile, mentre il tatto è monogamo. Se voglio vedere, mi è necessario arretrare. Non sono più come il nuotatore che prende l’altro come prende  il mare, gustando il sale della sua pelle, fiutando l’odore delle sue aree, ma divento come il viaggiatore che oggettiva e non sente più se stesso come dono dell’altro. Se tenessi lascivamente mia moglie tutt’intera sotto il mio sguardo,  non la terrei più, e anche un altro potrebbe tenerla. Mi libererei forse della gelosia coniugale.
Eviterei soprattutto il rischio dell’abbraccio per mettermi al riparo nella sicurezza dello spettatore. Aprirei l’orizzonte del visibile,  ossia dei possibili, per non limitarmi più a quest’unica realtà.
Il voyeurismo implica un rifiuto della carne in quanto carne. Si realizza dal lato dell’immagine ed è per questo che esso conduce a forme di scambismo (per poter vedere meglio),  o di molteplicità di partners (avendo con l’altra un solo punto di contatto),  o di spiritualismo asessuato (poco importa il sesso dell’altro, perché è la sua forma che conta).
La concupiscenza degli occhi implica un abbandono della stretta,  una dispersione dell’intimità, un frazionamento del corpo in punti di vista successivi.
Ciò che la pornografia mostra può essere tutto tranne che un atto carnale. Gli attori stessi devono lasciar passare la cinepresa e brillare sotto i riflettori: sono costretti ad abbandonare la tattilità per entrare nella visibilità,  cercando di disincarnarsi. Non è che sono osceni perché fanno all’amore, ma perché non lo fanno. Ciò che rende affascinante la pornografia è questo platonismo interrotto.
Essa si limita al senso che permette di percepire la bellezza – la vista -, ma senza rispondere al suo duplice richiamo, ossia senza entrare nella fisicità,  né tuttavia elevarsi al di sopra di essa. Questa sfugge al coinvolgimento dell’amplesso e, al contempo,  all’elevazione della visione.
 
L’essere umano, il tatto
 
L’atto carnale conserva la propria posizione principale, come è attestato dalla locuzione «andare a letto con qualcuno». Anche in piedi, si va a letto con. Si adottino pure le varianti più acrobatiche, si tratta sempre di andare a letto. Perché l’uomo è l’unico animale che va a letto. Intendo dire ch’egli è l’unico che rovescia la propria postura per dormire o per amare. È il privilegio della stazione verticale: questa rende l’orizzontalità un momento distinto.
L’amplesso umano non assume allora la forma della potenza, ma dell’abbandono. È analogo al genuflettersi e al prosternarsi. Che sia desiderio o fatica, qui, egli si rivela debole. La sua verticalità conferisce un’altra  peculiarità alle sue attività sessuali. Grazie a essa, il suo davanti coincide con il viso, il suo didietro con la schiena. Quadrupedi e quadrumani hanno un davanti che è, al contempo, dorsale e facciale: quando marciano, avanzano con tutta la parte superiore del corpo, mentre la parte bassa segue. Quando noi camminiamo, viceversa, le nostre zampe anteriori ci precedono sempre. L’amplesso può aver luogo quindi nella continuità dell’incontro. Noi non interrompiamo lo slancio. Quando mostriamo le zanne, è per sorridere. Quando ci troviamo testa contro testa, non è per incornarci. La congiunzione avviene nello stesso senso dell’approccio. Anche in questo caso, procediamo l’uno verso l’altra, sempre di più, fino all’impossibile. Ciò che pertanto ci distingue profondamente dagli animali è la possibilità di «fare l’animale con due schiene». Gli altri mammiferi fanno l’animale con una schiena sola. Il maschio diventa improvvisamente bipede, salta sulla femmina, si allunga sulla sua schiena. A parte l’intrecciarsi delle gambe, non si sposano mai pancia a pancia, torso a torso, naso a naso, e finalmente faccia a faccia. L’estensione del termine baiser, dall’unione delle labbra a quella dei corpi, attesta questa esclusiva peculiarità umana, come pure il termine embrasser, che segue un movimento inverso. Nel primo caso, si passa dall’orale al corporeo, nel secondo dal corporeo all’orale.
Le braccia che avvolgono non fanno che facilitare la saldatura delle bocche; le bocche che s’uniscono possono costituire una fase di avvicinamento al sinodo delle pance.
Il verbo baiser ha assunto una connotazione volgare, che avrebbe potuto benissimo non acquistare, tale è la sua «stupefacente precisione» e tenuto conto che proclama la nostra aristocrazia: gli altri animali non baciano.
Tra gli aspetti della nostra morfologia, si evidenzia un nesso improvviso, improbabile: la nostra postura diritta svela allo stesso tempo la novità della nostra parola e l’originalità del nostro amplesso. È nota la classica lezione: la stazione diritta libera le mani, che non sono più zampe per la locomozione, ma punta prensile decuplicata: e le mani liberano il volto, che non è più grugno per afferrare, ma avamposto del logos.
Ciò di cui ci si rende meno conto è che il fatto di stare in piedi fa spostare la vagina dalla parte posteriore verso la parte anteriore. Non si ha più una femmina da attaccare da dietro. Si ha una femmina che bisogna affrontare frontalmente.
I lottatori lottano ad armi eguali. Entrambi sono esposti a un’eguale vulnerabilità. Ognuno avanza fino al posto avanzato, e si ritira soloper avanzare ancora.
Ognuno si offre in tutta la propria altezza, larghezza, in tutta la propria profondità.
Gli sguardi e le mani, la nudità e il linguaggio sono infatti implicati in questa offerta.
Sant’Alberto Magno insiste su questa eccezione per farne la regola: «Siccome uniche [tra le femmine] le donne hanno la vulva davanti, è da davanti che deve aver luogo l’atto venereo» (Commentarii in I-IV Sententiarum, 4, 31, G.24, arg. 3). Piuttosto che trame un precetto morale, scorgerei in ciò il segno di un’esigenza e anche di una prova.
L’unione dei sessi permette altresì l’unione delle bocche. Senza questa possibilità, non avremmo avuto questo termine, baiser, con i suoi due versanti, l’uno religioso,  l’altro profanatore.
«Ch’egli mi baci con i baci della sua bocca», dice la Sposa del Cantico; «Sarà con un bacio che tradirai il Figlio dell’Uomo», dice Gesù a Giuda.
Queste citazioni prevengono la facile conclusione che consisterebbe nel credere che il bacio delle pance sarebbe sempre quello profanatore e quello delle labbra sarebbe sempre quello religioso. La frontiera sta altrove, non tra parti che sarebbero unicamente animali e altre che sarebbero unicamente umane, ma tra un bacio leale e un bacio perfido. Si vuole baciare chi si ama, ed è solo giustizia; si vuole baciare anche chi si odia, ed è tradimento. La stessa parola esprime, nello stesso tempo, la ricompensa del fedele e il colpo mancino dello spergiuro.
Stringersi frontalmente (baciarsi) sembra comportare che si sta facendo molto più o molto meno degli animali, senza alternative. Cosa fanno le bocche quando si schiudono una sull’altra? Danno la loro parola, ma si accordano presto per riprenderla. Orifizio principale del verbo e della manducazione, con queste labbra e questa lingua dal tatto così fine, esse vorrebbero mangiare l’altro senza stritolarlo, per renderselo interamente interno; vorrebbero dichiararsi a lui senza sminuirsi, per comunicarsi senza riserve. Ma per finire si accontenteranno di un’onomatopea. E ogni volta esse s’incagliano, e continuamente si sforzano, nutrendosi ognuna della fame dell’altra, sigillando con la loro stretta quasi un giuramento insostenibile. Come non cogliere dietro questo scacco e questo sforzo una sorta di aspirazione eucaristica: mangiare la carne dell’Altro, comunicare il Verbo divino?
Aspirazione che spira troppo presto. Invece dell’eucaristia, per lo più, segue lo sputo. Il bacio che sognava di essere sempre più fedele si trasforma bruscamente in quello del traditore. Il caprone in me si stupisce quanto la colomba. Bisogna, tuttavia, pensare che l’intera morale sessuale, quella vera, potrebbe essere condensata in questo imperativo: «Quando baci, bacia veramente, bacia a fondo, senza tradimenti, senza ritegno, senza fermarti a metà di questo slancio verso l’altro accolto nella tua anima e nel tuo corpo». Ma noi non andiamo fino in fondo a ciò che il baciare postula. Noi baciucchiamo. Sbaciucchiamo. E se non ci baciamo per scherzo, è sempre e solo alla Giuda, a tradimento. Come fare affinché la nostra postura non si trasformi in impostura? Chi ci riscatterà da tutte queste mezze-scopate e falsi sbaciucchiamenti? L’officio del Venerdì santo prevede il bacio della Croce.
Il volto – epifania per una decomposizione
Con l’unione faccia a faccia, dunque, non abbiamo più grugni contrapposti, musi in parallelo, ma un incontro di volti.
Il volto non si confonde con la faccia e i suoi muscoli. Impossibile-fare di esso l’insieme dei muscoli zigomatici, dei triangolari delle labbra, degli sfinteri dell’occhio e di altre parti avvolte dall’epidermide. Esso dispiega nella materia ciò che non è materiale. Dischiude alla superficie un’interiorità. Come l’oftalmologia non coglie mai nessuno sguardo, così la chirurgia facciale ignora il volto. È il motivo per cui i suoi successi plastici sono spesso dei disastri per il fascino.
In uno sguardo, è l’universo intero che si concentra e si porge singolarmente. In un volto, è l’altro che si rivela, impagabile musetto e viso insostituibile, epifania di una trascendenza che nelle foto formato tessera si offusca. Il volto, d’altronde, è sempre quello dell’altro, poiché il mio proprio volto, esposto a tutti, si sottrae a me stesso, e quando mi guardo in uno specchio, è uno strano personaggio che viene a comporsi, quasi come una maschera . Di  primo acchito, si potrebbe dunque dire che la capacità di unirsi «dal davanti» esige che l’unione sessuale si compia in un’unione spirituale: ciascuno deve raccogliere il volto dell’altro, lasciare ch’esso s’imprima in lui come il velo della Veronica.
«Il volto dell’uomo e quello della donna si uniscono nell’anima più profondamente di quanto non potrebbe spingersi il sesso maschile nel sesso femminile». Il sesso maschile nel sesso femminile incrocia anche questo sguardo che rimane per lui impenetrabile. L’uomo e la donna devono allora accogliersi fin dentro il loro mistero. Ma cosa accade nell’attimo dell’incanto? Addio al grazioso lirismo! Gli “Ahi!” si corrompono in “Ah ah!”. La parola sprofonda nel raglio. Gli occhi «si stravolgono come nell’agonia» (ARISTOTELE, Probi., IV, 1, 876 a). Quanto al volto…
Il volto umano, che Ovidio credeva fatto per riflettere gli astri, ecco che non ha più che un’espressione di ferocia folle, ovvero si distende in una specie di morte. Perché crederei, certo, di commettere un sacrilegio, usando per questa specie di decomposizione la parola “estasi”. Baudelaire si spinge fino ad assimilare la pantomima dell’amore fisico «a una tortura o a un’operazione chirurgica». Secondo lui, in essa non s’incontra affatto il sorriso, ma un chirurgo e un paziente, una concentrazione estrema e una selvaggia convulsione. Il volto vi sprofonda in una smorfia. Poco ci manca ch’io non ricada nell’idea che il coito comporti una regressione bestiale: immaginiamoci «lo stupore di colui che non ne avesse conoscenza e che, per una macchinazione, assistesse, non visto, ai trasporti amorosi di una donna di cui in precedenza avesse ammirato la nobiltà del portamento. Costui vi scorgerebbe il sintomo di una malattia, l’analogo dalla rabbia canina. Come se una qualche cagna arrabbiata si fosse sostituita alla personalità di colei che sapeva comportarsi con tanta dignità». Si potrebbe concluderne con il poeta: «Dico che l’unica e suprema voluttà dell’amore sta nella certezza di fare il male». Questo male che si compie con l’amore, però, qual è? Si tratta di eliminare l’altro come volto? Di un omicidio radicale? Baudelaire parla della «perdita del governo di se stessi». Chi gode non gode più della propria ragione.  Ma è sempre un male perdere il controllo? Non proviamo, in questo caso, questa sensazione, da un lato, perché pretendiamo di vedere l’atto dall’esterno senza esservi coinvolti, e, dall’altro, perché lo consideriamo solo in termini di voluttà e di possesso-godere, far godere? Il grande Charles rivela l’impasse: il sommo godimento consiste nel far godere l’altro, come lo si fa soffrire, poiché allora lo si tiene in pugno, si è trovato l’interruttore che comanda il suo elettrochoc, si sa come sbarazzarsi del suovolto. E io che ho sentito quei buoni cattolici spiegare che il piacere sessuale non è egoista perché procura piacere all’altro! Questo dono non basta: si rinuncia all’egoismo solo per cadere nella vanità. Il Casanova da supermercato si vanta di aver fatto godere e prolungato la propria prestazione finché la donzella non ha sospirato: «Basta! Non ne hai mai abbastanza!», come se si trattasse di essere il migliore impiegato del mese. Il fatto è che egli è timido. È troppo tracotante per svelare il proprio volto mentre si decompone. Chi sa decomporre il volto della donna e ridurlo a un grugno di femmina si foggia, dunque, un elmo da principe. Vista dall’esterno (ed è sempre possibile astrarsene mentalmente), strappata al silenzio del pudore, questa decomposizione non può che apparire spaventosa, o fisiologica, o ridicola o simulatrice. Il sentimentale la dissimula sotto corone di rose. Il medico descrive le contrazioni ritmiche della prostata e del perineo. Il burlone paragona questo viso alla faccia che si fa defecando. Il guardone vi trova materia per il suo onanismo. Abbellimento del romantico, dissezione della scienza, risatina del sarcasmo o schermo del film porno: quando mi pongo come terzo disincarnato in rapporto a questo abbandono, non ho altre possibilità oltre questi quattro rimedi.
Il fatto è che si tratta dell’intimità di due carni che si sentono reciprocamente e si abbandonano nella loro notte. Come quei mirabilis che non possono venir esposti in piena luce senza che la corolla si richiuda, questa intimità non può oggettivarsi senza tradirsi. Nello smarrimento dei volti, è in gioco anche un’altra cosa, più profonda di questo piacere che come una vescica sì gonfia e scoppia. Ma cosa? C’è qualcosa oltre il possesso voluttuoso? Forse lo spossessamento amoroso – l’abbandono all’altro fin nella sua miseria. In quell’istante, mi trovo esposto in maniera diversa da come posso esserlo sotto la luce della mia padronanza e del mio contegno mondano: l’atleta ha il fiato corto, l’oratore piagnucola come un cane che dorme, il forzuto geme di debolezza. Il personaggio che, ogni giorno, io ricompongo cede sotto la mia persona che, all’improvviso, molla la presa.
La  mia carne si eccita, certamente, ma il mio corpo è abbandonato: colei che mi ha ammesso nella sua intimità per quello che ho di brillante bisogna che mi tolleri in ciò che ho di oscuro, fino al punto in cui le maschere cadono e io non sono più altro che una povera cosa che fa smorfie -un relitto arenato.
È come se le chiedessi: «Mi accoglierai ancora quando non sarò più questa bestia che grugnisce o questo vecchio che si sente svanire? Mi accoglierai fino alla mia morte?». L’istante del godimento, che si rovescia in spogliazione, tanto più intensa quanto più scompone i volti, sembra chiamare due esseri a riceversi nella maniera più duratura – fino alla decomposizione. «Mia cara, mia carne, mia carogna», questa sarebbe la progressione dei vocativi affettuosi.
I testi sono tratti da: Fabrice Hadjadj, Mistica della carne, la profondità dei sessi, Medusa 2009, p. 41- 63.

 

 

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