LA BIOGRAFIA DRAMMATICA NARRATIVA

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Qualsiasi tentativo contemporaneo di considerare ciascuna vita umana come un tutto, come un’unità, il cui carattere fornisce alle virtù un fine adeguato incontra degli ostacoli sia sociali che filosofici.
Quelli sociali derivano dal fatto che si tende a suddividere ciascuna vita in una molteplicità di segmenti, ognuno con le proprie norme e modi di comportamento particolari.

“Cosi il lavoro è separato dal tempo libero, la vita privata da quella pubblica, il collettivo dal personale. Così tanto l’infanzia quanto la vecchiaia sono state strappate via dal resto della vita e ricostruite come sfere autonome. E tutte queste separazioni sono state compiute in modo tale che ci viene insegnato a pensare e a sentire in base al carattere distintivo di ciascuna di esse, e non all’unità della vita dell’individuo che scorre attraverso queste parti” - Alasdair MacIntyre

Inoltre c’è la tendenza a spiegare l’azione umana in modo atomistico. “Che le azioni particolari traggano il proprio carattere dal fatto di essere parti di totalità più vaste, è un punto di vista estraneo ai nostri modi di pensare predominanti, e tuttavia è un punto di vista che occorre almeno prendere in considerazione se vogliamo cominciare a capire come una vita possa essere più che una sequenza di azioni ed episodi individuali”. - Alasdair MacIntyre

L’unità della vita umana, ci diventa invisibile quando si fa una netta separazione fra l’individuo ed i ruoli che svolge, e così essa non appare altro che come una serie di episodi non collegati, una liquidazione dell’io.
Invece è importante un concetto di io in cui l’unità risiede nella unità di una narrazione che collega la nascita alla vita ed alla morte, come l’inizio di un’opera letteraria è collegato al suo centro e alla sua fine.

Lo strumento della biografia drammatica narrativa è quindi molto importante.
Il termine “bio” fa riferimento alla vita, ma nel senso più profondo di vita vissuta coscientemente, vita vissuta da chi ha coscienza di ciò che sta facendo, e quindi ha coscienza anche della propria vita come insieme.
Il termine “grafia” significa una scrittura che rappresenta l’insieme della vita, ma sarebbe ancora meglio dire “film” perché il film non è una rappresentazione limitata al visuale statico, è dinamico poiché è una serie di molte immagini ed è un linguaggio anche parlato e in diverse voci, magari sovrapposte.
Il “dramma” nell’antichità richiedeva come novità che ci fosse più di un personaggio sul palcoscenico e finiva in tragedia o commedia a seconda del fine che si era scelto.
L’azione umana implica la libera scelta di un oggetto compreso in vista di un fine futuro, presenta gli elementi della narrazione.
All’uomo viene chiesto di vivere razionalmente la propria vita, cioè di avere uno scopo per vivere, quindi la propria vita assume la forma di una ricerca. La chiusura narrativa nella propria autocomprensione è esattamente la determinazione del fine ultimo della propria ricerca.

L’azione umana ha bisogno della autocomprensione narrativa. L’autocomprensione unificata viene raggiunta attraverso l’azione autodeterminante che comporta l’organizzazione dell’individuo nella sua interezza e di tutti i suoi desideri attorno alla tensione di un fine, scrive Robert Gahl. La responsabilità caratteristica di questo modo di agire, può essere raggiunta solo attraverso il racconto.

Macintyre ci dice che “essere il tema di una narrazione che va dalla nascita alla morte significa (…) essere responsabile delle azioni e delle esperienze che compongono una vita narrabile. Significa cioè essere pronti a soddisfare la richiesta di una spiegazione su ciò che abbiamo fatto, che ci è accaduto o di cui siamo stati testimoni in qualsiasi momento della nostra vita anteriore a quello in cui ci viene posta la domanda”.
La responsabilità morale presuppone la consapevolezza di essere autori delle proprie azioni e della propria appartenenza ad una comunità.
E’ indispensabile l’appartenenza ad una comunità perché nessuno è capace di ricercare il bene o migliorarsi solo in quanto individuo, si agisce secondo “reti di dare e ricevere”. Ognuno di noi recita tre ruoli: l’attore, il narratore ed il pubblico e nel recitarli deve tener presente come gli altri a loro volta, recitano questi ruoli in modo da sviluppare la capacità all’agire morale, alla narrazione ed al suo ascolto.
Solo nella fantasia viviamo la storia che più ci piace, perché ci troviamo sempre sotto certe costrizioni, basti pensare che incominciamo in una situazione che non abbiamo scelto, per esempio non ci siamo scelti i genitori e che le azioni degli altri influiscono su di noi ma anche sul nostro modo di conoscerci.
Tuttavia “solamente un bene trascendente, che sia simultaneamente immanente ed estrinseco alla storia della nostra vita, può dare significato alla nostra esistenza intesa come totalità”.
Il fine ricercato nella autobiografia può coincidere quindi con lo stesso autore o ricercare l’altro. Se coincide con lo stesso autore si fallisce nella ricerca assoluta di se stessi, si arriva ad una nichilistica autodistruzione e la storia diventa una tragedia.
La relazione-ricerca estatica con l’Altro Amico trascendente, che può rispondere alle domande, da dove vengo e dove vado, e che recitando con me è anche l’inizio e la fine della mia storia, mi arricchisce con una relazione di amore e di conoscenza inesauribile.
A questo riguardo Aristotele diceva che “quello che possiamo mediante gli amici in qualche modo lo possiamo da noi stessi”.
Questo Altro mi piace crederlo come un Uomo perfetto, un animale razionale vivente maschile, una Persona. In questo caso la storia diventa una commedia, dove alla fine succede qualcosa di bello, di inaspettato, mai immaginato.
Questo ben si accorda anche col fatto che tutti amiamo leggere le biografie di persone significative, da prendere come modello senza perdere la nostra autenticità, non a caso Mark Reese aveva inziato a scrivere la stessa biografia di Feldenkrais.

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